sabato 24 dicembre 2016

Filosofeggiamenti inutili sull'arte #1

In questa festosa e consumistica giornata Natalizia, considero quasi doveroso intrattenere me stesso con una prolissa quantità di interrogativi filosofici inerenti l'angustioso argomento dello "stile".
Sono passati ormai anni dai tempi dell'Accademia (suonino le trombe in tono austero) durante i quali il mio primo approccio mentale all'argomento "arte" si avvalse dell'autorevole opinione di un esperto in materia, il cui nome voglio omettere così da non incorrere nel tremendo problema di vedermelo contro qualora dovessi esprimere un'opinione contraria alla sua (sono evidentemente un codardo, ma chiunque l'abbia conosciuto o sappia intuitivamente di chi sto parlando, sa benissimo che esprimere dissenso nei suoi confronti equivale ad inimicarsi l'intera legione dei demoni infernali, Satana compreso).
Tale esperto, in una delle sue pubblicazioni, definisce l'arte come un vero dilemma bipolare: non si sa, infatti se relegare l'arte alla Tecnica o a... "qualcos'altro".
La tecnica è cosa banale, benchè richieda quantità di sforzo intellettivo superiore a qualsiasi atto fortunato di creatività attraverso il quale si crea qualcosa di sorprendente. Non vale la pena soffermarsi sul discorso "tecnica" perchè chiunque può in realtà maturare la propria tecnica sulla base della propria conoscenza e chiunque può aumentare la propria conoscenza sulla base della propria volontà di istruirsi e mettere in pratica tale conoscenza rappresenta appunto la "tecnica" in sè, il grado di complessità di qualsiasi cosa. Esempio banale potrebbe essere la comparazione della tecnica in ambiente ludico, così come la tecnica in ambiente creativo, che si tratti di "fare qualcosa" o di usare qualcosa di "già fatto" è lo stesso: la tecnica rimane lo sforzo dell'uomo di adattarsi ad un insieme più o meno conoscibile di elementi (siano essi, seguendo l'esempio, i tasti di un joypad ed il gameplay di un certo gioco o i pennelli, i colori e la tela su cui si dipinge... o i tasti della tastiera e la spartitura, il concetto è identico).

Superata dunque, la tecnica, ciò che distingue qualcosa dal resto è questo "qualcos'altro", definito "ars" che rimane il lato distinguibile della produzione creativa, spesso associato al concetto di identità artistica, di "stile", di personalità. E' ciò che rende qualcosa "autentico", "memorabile", "identificato", "proprio" di quell'artista che lo possiede e lo sfrutta a proprio vantaggio in ciò che fa.

Ma è veramente così?

Esiste qualcosa di lampante nella tecnica: lo stupore della complessità, mentre esiste qualcosa di altrettanto lampante nel secondo concetto di cui si è discusso: l'incomprensibilità.
Per tale motivo, dato che questo è il mio blog ed io mi sento autorizzato a scrivere il cazzo che mi pare, definirò il secondo elemento dell'arte, non più "ars" ma "stocazzo". Capirete che il tutto diventerà più comprensibile.
Bene, allora da qui in poi si può dire che un artista possiede contemporaneamente sia la tecnica che "stocazzo". Suona coerente e sensato no?
Ci sono molti artisti che usano stocazzo in maniera del tutto originale, ed è appunto il proprio grado di stocazzo a determinare l'originalità, l'autenticità, l'identità propria delle proprie creazioni. Tali artisti sanno distinguersi più di altri perchè usano al meglio stocazzo, loro hanno un grado di stocazzo maggiore rispetto alla mediocrità e di certo sanno benissimo che il proprio livello di stocazzo sa fare cose che altri patetici omuncoli ossessionati dallo stesso ambito di produzione si sognerebbero soltanto.
Tali artisti, dunque, rappresentano una piccola percentuale rispetto all'intero quadro generale del mondo dell'arte. Oltre a possedere un'elevata tecnica rappresentativa, stocazzo li rende praticamente distanti da qualsiasi etichettatura, li rende separati da qualsiasi comparazione. Pur rimanendo, essi, conformati all'interno dello stesso ambito produttivo (la rappresentazione), il loro grado di stocazzo permette loro non solo di sapersi "diversi" rispetto ad altri, più importanti, notoriamente più significativi, ma anche di attrarre proseliti, discepoli, persone con la volontà di raggiungere il loro stesso livello di stocazzo.

E' importante notare che il fattore stocazzo non è affatto da sottovalutare.
Si può pensare che qualche arrogante voglia farne uso per deviare la mente altrui su un fantomatico problema legato all'onestà rappresentativa, al grado di fedeltà al reale. Tali persone così invidiose da rubare il cibo pure alla propria madre, sarebbero in grado di dire qualsiasi malvagità in grado di smentire il fatto che gli artisti dotati di stocazzo siano nettamente più evoluti rispetto alla generalità di pseudo-creativi che non reputano l'arte come uno sforzo continuo, un talento o una capacità innata.

E di fatto l'arte è questo: devi sia possedere tecnica, che stocazzo. Senza stocazzo non vai da nessuna parte, nessuno ti conoscerà, nessuno saprà chi sei, non sarai storicizzato quando sarai morto, nè i tuoi eredi potranno usufruire delle ingenti somme versate dai collezionisti di arte dotata di stocazzo per far invidia tra di loro o esprimere il proprio gusto in fatto di stocazzo.

C'è da dire, a conclusione di tale articolo che stocazzo non è semplice. E' in realtà un concetto estremamente complesso che si astrae rispetto alla massa. E' da questo genere di estrazione, oltre che ad una continua ed intensa applicazione, che stocazzo entra nella mente dell'artista uscendone attraverso ciò che fa.

Ed è a questi artisti che io ricordo di mantenere forte il proprio livello di stocazzo, per continuare ad impressionare e segnare un'epoca, affinchè l'arte sia giorno per giorno più piena di stocazzo e meno piena di tecnica.

Perchè lo stile è questo. Lo stile è stocazzo.

Bisogna pensare che l'arte di un tempo, dai suoi albori, era completamente priva di stocazzo.
Il cavernicolo non rappresentava per sublimare, ma per rievocare momenti salienti della propria vita, nel vano tentantivo di rivivere quei momenti o attribuire ad essi maggiore intensità per poter focalizzare la propria mente all'interno di quella realtà attiva.
Con il tempo l'arte si è evoluta, le proporzioni rappresentative si sono evolute, ma è rimasta sempre confinata alla strumentalizzazione reale. Se prima si predavano bisonti, dopo un pò si predavano anime e così l'arte è finita in mano degli ecclesiastici che hanno fatto in modo che artisti sottopagati potessero un giorno diventare estremamente famosi nell'ambiente dei collezionisti per essere stati in grado di definire ciò che oggi è la forma di manipolazione mentale più diffusa ed economicamente più solida: la religione.

Da un certo punto della storia, però, stocazzo è entrato prepotentemente nel mondo dell'arte, definendo personalità artistiche del tutto differenti. Non più artistuncoli dotati di estrema tecnica che potessero definire l'assetto mentale di un popolo per indirizzarlo verso certe figure mitiche (nettamente dotate di stocazzo, per quanto sia difficile comprenderlo), ma artisti veri e propri. Non artigiani, artisti.
Perchè gli artisti fanno riflettere!
Stocazzo fa riflettere!
Non vale a molto saper rappresentare qualcosa, specie se è qualcosa di banale, tecnicamente superato, nostalgico e completamente privo di stocazzo. Quella è arte primitiva solo per miracolo sopravvissuta allo scandaglio dell'artisticamente meritevole, dello stocazzamente meritevole.

Oggi il vero artista non dipinge cose piccole. Se dipinge cose piccole è veramente privo di stocazzo.
Oggi il vero artista fa cose monumentali, la sua personalità si regge sullo stocazzo di qualcun altro (questo è da dire), ma con la sua attività e la metodologica rappresentazione di opere in grado di favorire questa o quell'altra direzione comunale, riesce ad emergere a dire : " Io possiedo definitivamente stocazzo".

Ed è appunto questo senso di noncuranza a determinare stocazzo.
E' appunto questa volontà di andare oltre la banale servilità a definire stocazzo.
L'arrogante volontà espressiva, la metodica continuazione dello stesso errore, la perseveranza nello sbaglio, la testardaggine nel non volersi correggere, a determinare stocazzo.
Perchè se si è dotati di stocazzo si è diversi dalla massa.
Perchè se si è capaci di avere stocazzo nel proprio set di capacità, allora il mondo si accorge veramente che non si è uguali agli altri, ma eccellenti, dei fuori-classe.
Non è tanto la patologica assenza di figure genitoriali maschili, cosa che qualche astuto freudiano potrebbe anche sostenere. Non è il disagio di vivere in una mente che non si vuole possedere, non è l'esistenzialismo suicida o la carenza di un'ideologia solida.
Benchè si possa pensare che gli elementi citati siano in realtà comuni ad ogni essere umano, e l'artista è soltanto colui che palesa tali segni innescando un rapporto di identificazione biunivoco con gli spettatori (magari coadiuvato da un'esosa quantità di stronzate), pensare una cosa del genere non è solo sbagliato ma anche un'evidente prova che non si possiede affatto il fattore stocazzo.

Purtroppo tale fattore non lo si conquista, non lo si possiede facilmente.
E' un aspetto connaturato della propria natura.
Il voler emergere, il desiderare di essere adorati e riveriti (aspetti che, secondo alcuni freudiani malevoli, potrebbero essere il rovescio della medaglia sadica), sono tutti segni di un alto grado di stocazzo.

Ed è mia opinione che le persone dotate di stocazzo siano le uniche in grado di poter guidare le masse verso il giusto pensiero, la giusta azione e la giusta ideologia. Appunto perchè tali persone hanno superato tali concetti, appunto perchè tali concetti sono oltrepassati. Inutili a questa umanità che ha solo bisogno di ulteriore ego, ulteriore inutilità, ulteriore vanità, ulteriore deformazione, ulteriore dissociazione, ulteriore sdegno verso il giusto, ulteriore stocazzo.

Disegnare, come qualsiasi forma d'arte, richiede ispirazione.
Se la si fa come pratica, non è arte, non è autentica, non è spontanea.
Senza ispirazione, disegnare diventa un'atto meccanico, senza spirito, vuoto, inerte, inutile, disumano.
C'è chi crede che l'arte ha la sua vita in base all'effetto che provoca. Io mi rattristo per queste persone, così dipendenti dal proprio pubblico per poter usufruire del dono creativo che gli è stato dato.
L'arte deve nascere da un'esigenza, questo è quanto.
Non deve nascere nè da un senso di inadeguatezza, nè da una richiesta d'affermazione.
Non deve dipendere dalla reazione che determina.
In quel caso non è arte.
In quel caso è comune prostituzione inferiore persino al più banale dei passatempi, giustificabile solo da un abuso costante di oppiacei più o meno pesanti.
La maestria è una cosa.
La tecnica è una cosa.
Lo stile è una cosa.
Quella che io chiamo "arte" è un'altra cosa.
E se io stessi utilizzando tale termine impropriamente, bhè... allora vaffanculo.
A me non interessa la perfezione.
A dire il vero l'imperfezione mi disgusta. Mi fa solo incazzare. Penso sempre a quanto sia brutta la vita per essere così breve per coloro che possiedono la "perfezione".
Ma poi mi calmo, e rifletto sul fatto che la perfezione, di suo, non esiste. E' l'illusione della simmetria. A noi umani, con le nostre limitate capacità, con le nostre eterne imperfezioni, è dato sapere cosa sia la perfezione?
Ad una cosa, allora, mi rendo conto che serve il termine "perfezione" : a mantenere intatte le bugie dei bugiardi. Di quelli che mentono agli altri e mentono pure a sè stessi.
Tutto è temporaneo, imperfetto, incomprensibile e lo sarà sempre.
Tutto è così distante dal termine "perfezione" che si potrebbe persino ipotizzare che, se una cosa non esiste senza il suo contrario, allora neanche il termine "imperfezione" dovrebbe esistere.
La cosidetta "perfezione", nel momento in cui la si crede propria, in realtà poi scopre difetti che scoprono altri difetti a seconda del giusto punto di vista dal quale la si interpreta.
Chi sono, dunque, questi individui che parlano di sè o di altri dicendo " questa cosa è perfetta, quella no. "
Semmai, queste persone dovrebbero dire " questa cosa è funzionale, quella no. ".
Perchè dicono " la pratica rende perfetti "?
Semmai dovrebbero dire " la pratica è un ottimo passatempo ".
Chi sono, poi, queste altre persone che dicono " il mio difetto è il mio stile" ?
Semmai, dovrebbero dire " Il mio stile è quello di nascondere i miei difetti. "
Tali persone sono piene d'orgoglio.
Talmente piene da non rendersi conto che potrebbero rinnovare il proprio armamentario terminologico, o direttamente buttarlo nella spazzatura insieme a quei proseliti che, diversamente da loro, non sono riusciti a dare uno "stile" alla propria paura di apparire imperfetti.
Ma lo stile è appunto questo: non è anti-conformismo volontario, è solo abitudine, preferenza, inclinazione.
C'è chi dice che, possedendo uno stile, tali persone siano al top della propria crescita artistica, ma io credo che anche un bambino delle elementari sia al top della propria arte quando scarabocchia una casa storta.
Perchè al bambino non frega un cazzo della perfezione, nè dell'imperfezione.
Non deve far valere la propria personalità artistica, non deve inventarsi cazzate per farsi etichettare, non gli serve la pratica se vuole davvero disegnare.
Gli basta la volontà di farlo. Non deve accontentare una moda, non deve assimilarsi ad un immaginario socialmente confermato, non deve superare un test, non deve convincere il proprio datore di lavoro.

venerdì 23 dicembre 2016

Unfinished Cyborg e l'uso improprio del termine "cyberpunk"

Questa traccia è un pò uno sfottò a quelli che si sono spesso lamentati con me per il fatto che le mie tracce sono davvero corte. Quando non è propriamente così in quanto nel mio sito (http://emanuelepepi.altervista.org/music.html) ho anche postato una traccia di un'ora almeno.
A volte mi sembra che la gente si aspetti un pò troppo, o forse le mie tracce vogliono davvero una sistematina in lunghezza e sviluppo, ma a me poco importa.
Questa traccia, infatti, rappresenta anche un modo che ho io di definire il mio genere elettronico con il termine "cyberpunk". Nulla a che fare con la metodologia comune di identificazione con il genere letterario in questione (rispetto al quale mi confesso totalmente estraneo ed ignorante), ma questo termine è usato per descrivere il fatto che le mie tracce, di base, tendenzialmente, istintualmente, tendono ad essere corte, con un solo riff (come una canzone punk rock), ma essendo di tipologia "electro" (uso di sintetizzatori, beats, campionamenti, etc.) la chiamo "cyberpunk".
Alcuni storceranno il naso, altri se ne fotteranno (i migliori), ma credo che utilizzerò questo termine per descrivere la musica che faccio.



Unfinished Cyborg
Duration : 3:10.250 (8 390 016 samples)
Sample rate : 44100 Hz
Bitrate : 128 kbps

Channels : 2
Codec : MP3
Codec profile : MP3 CBR
Encoding : lossy
 

Per altre tracce simili, non scordatevi della mia pagina completa sul mio sito.

sabato 3 dicembre 2016

Hon Fu VS Choi Bounge (Artwork + Fasi realizzative)



Nuovo artwork, dopo molto tempo di inattività sul fronte delle illustrazioni a "tecnica mista". Questa volta ho preso 2 tra i miei chars preferiti della serie Fatal Fury / Real Bout e King of Fighters, ossia i personaggi di Hon Fu (sulla sinistra) e Choi Bounge (sulla destra). La curiosità di quest'artwork sta nella fusione con uno stage realizzato sulla scia o totalmente ispirato allo stage di Shun Di, un personaggio di Virtua Fighter 2 (che, diversamente dalle serie a cui appartengono i personaggi, non è di casa SNK ma della casa SEGA, nome che a me fa ancora un pò ridere ma che solitamente sforna giochi molto competitivi e calibrati). Di seguito esposte le fasi realizzative con i soliti programmi di sempre: Blender (per la realizzazione dello stage di Shun Di, reinterpretato dal gioco Virtua Fighter 2), MyPaint (disegno e painting dei personaggi), Gimp (adattamenti, correzioni, etc.).

L'immagine originale è 4200x3100px, qui proposta a dimensione 1280.